Per la mostra “Riduci, Riusa, Ricrea” alla Triennale di Milano, 23BASSI dispone le fotografie di Chris Broadbent su grandi superfici orizzontali. Un allestimento aperto che invita il visitatore a muoversi, chinarsi e cambiare letteralmente punto di vista sul riciclo.
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Nell’atrio della Triennale di Milano, una mostra fotografica che rinuncia alle pareti e porta le immagini all’altezza delle persone. Per osservarle bisogna avvicinarsi, muoversi e guardare dall’alto: perché cambiare idea sul riciclo comincia, letteralmente, cambiando punto di vista.

Come si espone una fotografia senza appenderla a una parete? E come si racconta il riciclo evitando di trasformare una mostra in una lezione?
Da queste domande nasce l’allestimento di “Riduci, Riusa, Ricrea”, realizzato da 23BASSI nel 2012 nell’atrio della Triennale di Milano. La mostra presentava un’inedita collezione di scatti del fotografo Chris Broadbent, commissionata in occasione del quindicesimo anniversario di CONAI, il Consorzio Nazionale Imballaggi. L’inaugurazione avvenne in concomitanza con la premiazione dei Sette Green Awards, dedicati alle eccellenze italiane nel campo ambientale.
Il progetto fotografico raccontava la seconda vita degli imballaggi attraverso immagini capaci di trasformare materiali quotidiani in composizioni quasi surreali. Acciaio, alluminio, carta, legno, plastica e vetro venivano mostrati prima e dopo il processo di recupero: non più semplici rifiuti, ma materia disponibile per diventare nuovi oggetti, nuovi prodotti e nuove possibilità.
L’allestimento traduce questo passaggio in un gesto spaziale preciso: le fotografie non vengono collocate verticalmente, ma adagiate su grandi superfici orizzontali, sollevate da terra e distribuite nell’atrio come isole.
Una scelta che modifica immediatamente il rapporto abituale tra visitatore e immagine. Non si osserva frontalmente da una distanza prestabilita: ci si avvicina, ci si inclina, si gira intorno al supporto e si cerca la posizione migliore. Il corpo entra nel processo di lettura e l’osservazione diventa un’esperienza fisica. Per comprendere l’immagine bisogna compiere un piccolo movimento, abbandonando per qualche istante il punto di vista consueto.
Le fotografie distese modificano anche la loro natura. Da immagini da contemplare diventano paesaggi da esplorare: superfici dense di oggetti, materiali, riflessi e dettagli che si scoprono progressivamente. Il visitatore non si trova davanti a una sequenza lineare, ma all’interno di un percorso libero, nel quale può scegliere da quale immagine iniziare e in quale direzione proseguire.
L’atrio della Triennale è uno spazio di passaggio, attraversato da flussi continui e caratterizzato dalla presenza delle grandi colonne del Palazzo dell’Arte. Il progetto non tenta di costruire una sala autonoma all’interno dell’edificio, ma lavora con lo spazio esistente. Le strutture basse preservano le visuali, non interrompono la percezione dell’architettura e permettono alla mostra di essere riconosciuta già dagli ingressi e dai percorsi circostanti.
La disposizione dei piani espositivi accompagna le colonne e lascia libere diverse traiettorie di attraversamento. La mostra non impone un senso di visita: invita piuttosto a rallentare, uscire dal percorso più diretto e avvicinarsi alle immagini. L’atrio rimane aperto, ma cambia temporaneamente funzione, diventando contemporaneamente foyer, galleria e luogo di incontro.
Il contrasto tra le superfici scure dell’allestimento, le basi chiare e i colori intensi delle fotografie concentra l’attenzione sugli scatti senza competere con l’architettura. I supporti sono essenziali e silenziosi: costruiscono la corretta altezza di osservazione, definiscono il percorso e poi lasciano spazio alle immagini.
Anche la comunicazione viene ridotta agli elementi necessari. Il titolo della mostra introduce il percorso, mentre fotografie e testi raccontano in modo diretto cosa può rinascere dai materiali recuperati. Il messaggio ambientale non viene affidato a una successione di dati o prescrizioni, ma alla capacità delle immagini di rendere sorprendente qualcosa che appartiene alla quotidianità.
La sostenibilità viene così presentata non come un concetto astratto, ma come una trasformazione concreta. Una bottiglia, una scatola o una lattina non rappresentano necessariamente la fine di un ciclo: possono diventare l’inizio di un altro. La fotografia mostra questa possibilità; l’allestimento invita a osservarla da una prospettiva diversa.
“Riduci, Riusa, Ricrea” è un progetto espositivo costruito con pochi elementi e una regola chiara. Nessuna parete aggiunta, nessun percorso obbligato, nessuna distanza tra opera e visitatore stabilita in anticipo. Soltanto immagini, superfici orizzontali e persone chiamate a muoversi nello spazio.
Perché una mostra non deve limitarsi a presentare un contenuto. Deve creare le condizioni affinché quel contenuto venga scoperto, ricordato e, possibilmente, guardato con occhi nuovi.
